Ipotesi di complotto: E' dal 2006 che l'ormai rinomato "martire" Bear Grylls tenta di persuaderci (passivamente!) di quanto sia pratico e conveniente lo scenario casalingo se contrapposto agli svariati disagi che può comportare un'immersione, improvvisata e condotta alla C.D.C. (cazzo di cane, ndr.), nel selvaggio mondo della natura. Per noi, voyeuristi inconsolabili bellamente crogiuolati dal candito tepore degli agi costantemente sostenuti da una società "evoluta" come la nostra, Man Vs Wild non è solo un monito da cui NON è consigliabile sconfinare...no. E' soprattutto una volgare dimostrazione di potere, i classici baffi disegnati col pennello indelebile sul ritratto della natura, la carta e le bottiglie di plastica abbandonate sul ciglio della strada. Per farla breve...è una sfida. LA sfida. Quella che se lanciata in un giorno "no" della natura "son cazzi", per intenderci.Ma allora dov'è il complotto? Cosa si cela dietro ad una pellicola stilisticamente (e musicalmente, stando a quello che afferma l'omino d'oro) interessante come 127 ore? Mò ve lo spiego eh. Facciamo un balzo in avanti nel tempo. E' il 2010 e ormai Man Vs Wild è un programma affermato non solo sulle reti di Murdoch ma anche su quelle di Silvio. Danny Boyle (che, se non lo si fosse inteso, è il regista della pellicola in questione.) è un grandissimo fan delle "trasmissioni di successo", lo prova il suo estremo fanatismo nei confronti di "Chi vuol essere millionario". Ora proviamo ad accantonare, anche solo per un attimo, la curiosità famelica che ruota attorno ad una "vicenda estrema" vissuta in prima persona da un signor nessuno (se paragonato a Grylls) come Aron Ralston. Un'esperienza interessante di cui il sottoscritto, fatta eccezione per qualche remoto e impreciso imput fornito dallo stesso Grylls durante le sue avventure, non ha mai sentito parlare. Aggiungiamo anche che i fatti trattati in 127 ore appartengono al 2003 (vale a dire vecchi di otto anni) e che fino ad oggi nessuno, a parte Ralston stesso, s'è prodigato di far conoscere al mondo l'esperienza di un uomo in bilico tra la vita, la morte e...un masso . Che cosa si evince? Nulla. A parte l'assoluto vittimismo e dipendenza di Boyle dalla tv, ovviamente. Ecco dunque svelato il mistero: Boyle dimostra ancora una volta non solo di essere un profondo conoscitore delle mode e delle tendenze che troneggiano nell'etere mediatica ma anche di saperle far fruttare al meglio riproponendocele al posto giusto nel momento giusto. E proprio in virtù di questa sua tendenza qualche domanda, se permettete, è d'uopo farsela.
Malgrado tutto, però, 127 ore risulta essere un film stilisticamente ben costruito, capace di racchiudere al suo interno delle trovate visive originali e di grande impatto. Sicuramente ispirato dall'unica pubblicazione di Ralston ("Between a Rock and a Hard Place", Atria Books), il film è in grado di riproporre con delle immagini suggestive ed estranianti le percezioni che l'aventuriero ebbe quando si trovò prossimo alla disidratazione, al congelamento e dulcis in fundo...alla morte. Di certo non mancheranno di stupirvi e al contempo sconvolgervi i delicati dettagli macabri relativi all'amputazione volontaria del braccio su cui, a mio avviso, ruota e si sorregge tutta la struttura del film. Con questo non voglio dire che il film è stato girato esclusivamente per farvi "godere" della pratica macabra, ma necessaria, di Ralston. Ma a tratti sarà fin troppo chiaro quanto le 127 ore di sana agonia e disperazione siano nulla in confronto ad un unico gesto estremo (che poi, per intenderci, è quello a cui gli spettatori inconsciamente ambiscono). Non ci sono note rilevanti da riportare per quel che concerne la recitazione. James Franco emerge più per la sua "vaga" (ma funzionale) somiglianza fisica con Ralston che per le sue capacità interpretative. Non che il ruolo richiedesse uno sforzo da Oscar èh! Il personaggio è intepretato bene ma non ci sono degli exploit recitativi degni di nota, tutto qui. Sempre restando in tema di recitazione, delude un po' la presenza inutile (di fatto) della bellissima Kate Mara , il cui ruolo si riduce ad una semplice "comparsa quasi inutile". Per il resto vorrei spendere ancora qualche parola sulla componente voyeuristica del film.La telecamera che Ralston è solito portarsi dietro nelle sue avventure, oltre ad essere un elemento caratterizzante del personaggio, è lo strumento primo di comunicazione che il protagonista ha nei confronti del mondo. Come per l'acqua e le scorte di cibo, Ralston tenta di centellinare fino all'ultimo la batteria dell'unico strumento apparentemente inutile e ostentativo che compone il suo magro inventario per favorire una sorta di "Blair Witch Project dell'agonia", decisamente più efficace del suo antagonista appena citato. Dulcis in fundo, mi sento in dovere di concedere una o più note di merito sia al montaggio che alla colonna sonora. E sia chiaro! Quest'ultima non mi ha condizionato unicamente per il suo "valore di mercato" (del resto vale solo un Oscar), ma per l'originalità con cui propone (ma soprattutto ripropone!) alcuni pezzi d'elite ormai, credo, dimenticati dai più.
Ah...quasi dimenticavo. Non mancano di stupire anche alcuni "strafalcioni" (voluti o non, mah!?) come quello della foto scattata da una quarta persona sospetta che, in realtà, NON dovrebbe esistere. Segue la prova del "reato":
Strafalcioni a parte, mi sento (in dovere?) di dare a 127 ore un bel 7 1/2. E più ci penso, più mi convinco che forse questo film meriterebbe un bell'8.
P.S. Sempre se si esclude la storia di Bear Grylls eh.
L'uscita del Kinect è servita ad esorcizzare buona parte delle "paure" che misi in saccoccia dopo la visione del primo spot presentativo che fece uscire Microsoft più o meno sedici mesi fa. Allora il Kinect era già un oggetto concreto, il design del prototipo era in perfetta sincronia con l'ultima revisione estetica della 360, mentre il nome provvisorio dell'hardware (Project Nataln.d.r.) era l'unica, vera, sbavatura che rischiava di contaminare un sogno inquietantemente perfetto. Eh già, perfetto. Un termine che allora pareva essere più che idoneo a classificare il mastodontico prodotto che Microsft aveva (ingiustificatamente?) messo in cantiere per noi. Un ibrido in grado di abbattere il muro che da sempre divide il mondo dei videogiocatori da quello del videogioco. Un muro che, fino a ieri, concedeva un Joystick analogico come unico spiraglio tra i due mondi. Un muro che grazie alla rivoluzionaria opera della Nintendo aveva già iniziato a cedere. Sedici mesi fa lo spot apparso su You Tube intitolato "XBOX 360 - Project Natal" prometteva grandi cose: -Una completa e tolale immersione nel gioco svincolata da qualsiasi controller e/o supporto alternativo dalle fattezze rettangolari (un UP per Sony). -L'upload virtuale di oggetti di uso comune da utilizzare nei giochi dedicati. -Il "ricalco virtuale" di qualsiasi azione prodotta dall'utente umano sull'avatar Xbox e non solo. -Comandi manuali alla Minority Report. -Comandi vocali. -Videochat. -Altre, sugose, opzioni non meglio specificate. Amaro in fundus, la sintesi odierna di tante promesse avveniristiche è un prodotto che viaggia al 20 % delle proprie capacità. Chiaro, al lancio non ci saremmo di certo aspettati un "Pai Mei" virtuale pronto a sfidarci in un duello di Kung Fu, ne uno Skynet per amico (l'ormai famoso MILO, nonchè l'oggetto delle "paure" menzionate nell'incipit della recensione), ne una perfetta scansione del nostro Skate in grado di eliminare le nostre dita sui lati della tavola, no. Non siamo mai arrivati a pretendere tanto, però qualcosa di più sofisticato di un avatar che fluttua sul terreno a mo' di fantasma...quello si. Come ho già scritto, attualmente il Kinect è ancora in marcia sulla strada della sperimentazione e dell'adulazione. Basta buttare una rapida occhiata ai titoli in commercio per capire che il punto di partenza di questa tipologia di hardware è sempre una e una soltato...vale a dire lo SPORT. Definitela pure una "standardizzata/pluricollaudata dimostrazione di potere" se volete, quel che conta è che più in la dell'albero di mele edenistico piantato dalla Nintendo non si va. Infatti, sulla punta del già menzionato albero troviamo le solite cose; il pugilato, il bowling e il tennis da tavolo. Di bonus abbiamo l'atletica leggera, il beach volley e il calcio (quest'ultimo molto interessante perchè mette in campo un arto che il controller ci aveva fatto dimenticare di avere...la gamba!). In Kinect Sport il tanto agognato "passo avanti di Microsoft" si avverte a malapena. Non tutte le azioni dinamiche vengono intercettate dall'occhio sempre vigile del Kinect e il difetto, a lungo andare, potrebbe rivelarsi frustrante. Nella boxe, ad esempio, i ganci spesso e volentieri si confonderanno ai jab e viceversa.
Ma la vera sorpresa (che, a conti fatti, non sorprende più di tanto) è il gioco in allegato al pacchetto Kinect...Kinect Adventures! Un titolo carino e fisicamente abbastanza impegnativo che come obbiettivo ha solo quello di segnare i confini dello spazio di gioco a vostra disposizione e, ovviamente, farvi sudare come dei maiali. E restando in tema di "spazio di gioco" qualcosa di pesante da dire c'è. Ne serve tanto, troppo! La richiesta del Kinect è quasi discriminante e chi non può fruire di almeno un metro e mezzo abbondante di area utile dal televisore deve considerarsi tagliato fuori a priori. Spazio a parte anche la luce gioca un ruolo fondamentale. L'area di gioco dovrà essere ben illuminata, soprattutto se si vuole fruire dell'opzione "auto login dell'avatar" quando si "saluta" il Kinect.
Quindi, a conti fatti, vale davvero la pena spendere 150€ per questa web-cam dei miracoli? Ni. Se da una parte il potenziale di miglioramento del Kinect è molto vasto e promettente dall'altra ci si scontra inevitabilmente con una "pretesa" molto forte. L'idea di dover abbandonare, in un futuro ipotetico, uno strumento così familiare come il controller non fa altro che alimentare i dubbi e le perplessità della "vecchia arma" dei videogiocatori che, posti di fronte ad un prodotto comunque estremamente affascinante, si trovano vincolati ad un'altro controller...più brutto. Perchè sostanzialmente il Kinect non è altro che un controller alternativo. Lo slogan "il controller sei tu", oltre ad essere troppo frettoloso, non è che un modo fuorviante per farvi intendere erroneamente che tutto, d'ora in poi, è lecito. Purtroppo le limitazioni sono ancora tante, troppe. Se si vuole davvero scorgere una breccia evolutiva in questo affascinante prodotto bisognerà allestire un mare di aggiornamenti e un transatlantico carico di buone idee e chissà, magari un giorno...
Recensire questo film, per me, è un po' come pagare una penitenza. Perchè l'ho citato in lungo e in largo senza sapere di cosa stavo parlando. Perchè per un attimo (sicuramente in preda ad un disturbo sociopatico) ho OSATO dubitare del lavoro di Nolan. Perchè i sette anni dedicati al perfezionamento della sceneggiatura mi sono sempre sembrati una gran trovata pubblicitaria più che un vero e proprio atto di fede. Perchè l'odore della locandina sapeva troppo di Matrix Re-Reloaded. E dulcis in fundo...perchè Inception, a conti fatti, è DAVVERO un capolavoro senza intoppi.
Detto questo...la somma di qualsivoglia ulteriore "perchè" non potrebbe che portare ad una sola considerazione:
"recensire questo film è inutile."
Eh già. E' inutile per me, perchè rischierei seriamente di contaminare la bellezza e la magnificenza strutturale di questa pellicola, e per voi...perchè rischiereste di perdere per strada il gusto di scoprire qualcosa di VERAMENTE NUOVO. Scritto questo però, permettetemi di aggiungere una piccola nota. Accantoniamo per un attimo il paradosso Dickiano e qualsiasi confronto fattibile con la produzione fantascientifica Hollywoodiana già archiviata, quel che resta è una visione complessa di uno degli aspetti più affascinanti dell'essere umano. Il sogno, l'arte di esprimersi in tutta liberta all'interno di un mondo esente da qualsivoglia limite/regola. Un ambito così affascinante che sarebbe potuto risultare "riduttivo" o "comune" se quel genio di Nolan non avesse deciso di moltiplicarlo per tre (o per 4?) rendendolo ancor più intrigante di quanto la natura non l'abbia concepito. Ed è proprio questo il pregio e il merito di Inception. Quello di aver abbattuto il muro del sogno per dare l'opportunità al "mondo avido" di scoprire un'ulteriore realtà oltre il varco dell'illusione. L'illusione dell'illusione, il trionfo del mesmerismo, la caduta della morte e la svalutazione della carne. Follie filosofiche che possono essere narrate attraverso suoni, immagini e colori solo da una grande mente. CONCLUSIONI: Nolan è un genio, ita est. E pure DiCaprio (tié).
VOTO 9 1/2, vale a dire ormai prossimi alla perfezione.
("Love Is In Control" - di Marco Andreoletti e Christian G. Marra, souls of Passenger Press)
Naturalmente vi sono molti modi per raccontare una storia. Il "problema", però, è che nessuno dei metodi investiti nell'orgia copulatoria mentale che precede il parto delle tanto agognate idee può essere bollato con l'etichetta di "non idoneo". E allora che si fa? Si scrive, si disegna, ci si diverte, ci si incazza. Ci si serve da soli al bar delle "evocazioni" dove la nostra esperienza si fonde con le nostre passioni in un solo, grande, cocktail che come unica indicazione ha quella di dover essere "bevuto tutto d'un colpo"...possibilmente armati di tanta avidità e noncuranza. Nel mentre lo scenario va letteralmente in frantumi. Bossoli ancora fumanti tintinnano sul terreno al pari di corpose gocce metalliche. La quiete corona una tempesta già consumata, il tempo è violentato da profonde digressioni che rallentano l'azione a favore dei dialoghi. Il tempo, alla fine, distrugge tutto. E sapete cosa? Love Is In Control è questo...e molto altro ancora. E' il Will & Grace del nuovo millennio, il "manga" che non vi è dato leggere al contrario, il sunto dell'action-pulp ormai in decadenza. E' Jazz-Metal suonato dalle onomatopee e cantato dai balloons. E' una prova (gratuita!) di un'elegante e meditata dimostrazione di potere.
Certo, la gratuità con la quale c'è stato servito questo gradevole cocktail potrebbe risultare, in un primo momento, spiazzante. Soprattutto quando si scopre che il "Passeggero Frankensteiniano" (bicefalo altamente creativo dotato di quattro coglioni fumanti!) è in realtà animato da una profonda sinergia arcana che lo rende in grado di realizzare l'impossibile. Perchè è dell'impossibile che si sta parlando. Un ragazzo alle prese con la sua prima sceneggiatura, impreparato, sfrontato (nel senso buono del termine, ovviamente!) e dotato di un bagaglio cultural-cinematografico elitario non idifferente è riuscito a gestire la ritmica, ma soprattutto il canto, di un'opera difficile da realizzare. Un'opera elitaria come i suoi gusti cinematografici e profonda come i rimandi che ha seminato lungo il percorso che corona la sua prima esperienza. E che dire poi del suo complice grafico? Sorprendentemente arguto e geniale. Si destreggia in volteggi dinamici e sentiti come l'ultimo erede della famiglia Grayson. Ci lascia a bocca aperta con il suo modernismo visionario. Ci prende piacevolmente a schiaffi con la sua personalissima interpretazione del caos strutturale. Insomma, lasciate che lo dica: "the Passenger strikes again"...e con i controcazzi pergiunta!
Per ora non posso fare altro che battere le mani. E continuerò a farlo...almeno finchè il magico duo non partorirà il secondo episodio (già annunciato!) di questa piacevole e affascinante avventura.
Devo ammetterlo: questo film è inquietante. Inquietante, si. Ma a suo modo anche geniale. Di una genialità che sublima la mera follia e che scavalca qualsiasi improbabile ossimoro che potrebbe indurvi a pensare che questo sia l'ennesimo "epic fail" che mi accingo a recensire.
In verità Repo Men è qualcosa di più. E' "un'idea a prova di proiettile", un' amorevole citazione Dickiana sapientemente elaborata, una poderosa "sciacquata di bocca" portata a termine prima di citare l'universo fantascientifico di propietà di un unico, grande, pioniere che, nella sua follia, ha avuto modo di esplorarlo per intero. Repo Men è un successo. L'unico che il qui presente ha avuto modo di scorgere tra le innumerevoli cagate che Hollywood ha avuto il coraggio di proporre (soprattutto a VOI) in questi ultimi tempi. E non è da intendersi positivamente solo perchè in prima base gioca un attore professionista come Jude Law e a seguire un "quasi anoressico" Forest Whitaker, no. Va elogiato anche perchè testimonia la rinascita di uno sceneggiatore decaduto (e sconosciuto) come Garrett Lerner che, tengo a precisare, fino a ieri portava a casa la "pagnotta" scrivendo per serie Tv di infimo rango (fatta eccezione per 11 episodi di Dr House).
Il tema su cui si articola la vicenda è semplice ed efficace. In un futuro prossimo gli organi artificiali saranno l'unico, grande, rimedio alle malattie genetiche/menomazioni/cancro. Ovviamente non saranno a buon mercato e l'utente, in una situazione abbastanza obbligata, avrà la possibilità di acquistarli...a rate. Ovviamente la prima conseguenza del mancato pagamento delle rate sarà il Repo Man, alias l'esattore. Un soggetto legalmente incaricato di recuperare l'organo "non pagato" con ogni mezzo a sua disposizione, violento o non. Jude Law rientra in quest'ultima categoria, e nel suo mestiere va forte. E' un esattore di livello cinque, uno di quelli che non chiede "perfavore" o "posso" prima di aprirti letteralmente per riprendere qualcosa che non ti appartiene. Tutto sembrerebbe filare liscio (vita coniugale a parte) quando un incidente sul lavoro modificherà irreversibilmente il suo status di predatore capovolgendolo a quello di preda. La parte centrale, e finale, della vicenda lo vedrà vincolato ad un cuore artificiale che non può, e non vuole, pagare.
Il resto potete ben immaginarlo, o forse no? Già perchè Repo Men è pieno di sorprese, belle e brutte...ma soprattutto belle. Condite come la miglior "cesar salad", del tipo che non sai mai quel che ti aspetta sul fondo. C'è poi una colonna sonora azzeccatissima e perfettamente calzante. Qualche strizzata d'occhio, che non guasta mai, ai più grandi film di fantascienza degli ultimi 30 anni. Un uso dei colori geniale e, per chi se ne intende, qualche poderosa "pinza" camuffata a dovere.
In definitiva, il film più bello che mi sia capitato di vedere in questi ultimi, tristi, mesi d'agonia cinematografica. Ovviamente quest'ultima mia affermazione non coinvolge assolutamente Inception (che, per chi avesse voglia di approfondire, non ho ancora avuto modo di vedere). Consigliato a tutti e bollato con un "approved!" che non ha nulla di soggettivo. Se riuscite a trovare qualche film del genere oggettivamente più decente di questo (escluso sempre inception, ovviamente) vi cedo volentieri il mio misero ruolo di collaboratore, nonchè fondatore, di questo spazio "dall'impatto sociale minore di zero". Provare per credere.
VOTO: 8 1/2
Contenuti speciali:
-Repo Men non è da confondersi con "Repo Man", pellicola dell'84 con Emilio Estevez e Harry Dean Stanton. -Rafforzativo del primo punto: Non è un remake! -Jude Law è più stempiato che mai...eppure continua a piacere alle donne. Ergo, se siete stempiati non c'è comunque speranza per voi...solo Jude Law può portare con onore e successo la calvizia. -Alice Braga è una piacevole riscoperta, mentre Liev Schreiber è una grande presenza.
Poco tempo fa ho avuto modo di discorrere di fumetti con un tipo che del settore non ne masticava un cazzo, e mi spiegava - tra un deliriodi onnipotenza mascherato da disturbo narcisistico e un sorso di gin-tonic - che leggere fumetti, per lui, non era altro che "bruciare del tempo prezioso nella lettura di futili scarabocchi privi di senso e fatti a caso".
Ora non ricordo la discussione nei dettagli, so solo che a fermare l'inevitabile impatto del mio modestissimo pugno "in canna" contro il suo fottuto naso fu la conclusione della sua inutile apologia contro la nona arte. Ve la riporto per dovere di cronaca:
"Perchè no? Se esistesse un fumetto abbastanza interessante, ricco di contenuti originali e bizzarri, disegnato bene e con cognizione di causa (!?)...lo leggerei!".
A quel punto la mia mente si rilassò. La mano abbracciò il collo della bottiglia di birra che, fino a pochi istanti prima della conclusione del monologo, dominava sul tavolino del bar in segno di scherno al gin-tonic del "saputo". Portai il collo della bottiglia alla bocca e ne bevvi un lungo sorso. Solo quando la riappoggiai al tavolo mi resi conto che stavo ridendo come uno stronzo. Non era un ulteriore segno di disprezzo per le cazzate da poco proferite dall'ignorante, no. Era un gesto sincero. Un gesto impulsivo, selvaggio, automatico, una reazione equilibrata ad un'azione spontanea. Perchè c'era del vero nelle parole di quel potenziale neofita. Al di là dei meri e artificiosi pregiudizi c'era (e c'è) una profonda verità che coinvolge tutti gli appassionati del settore, professionisti o fan che siano.
La verità è che in una realtà come quella odierna, dove le idee buone valgono più dell'oro (e del rame!) , è necessario liberare i tesori partoriti dalla nostra mente. Non si tratta solo di dar aria a delle belve tenute in gabbia troppo a lungo, no...si deve creare! E per farlo non è necessario essere chissacchì, bisogna solo avere l'idea giusta e crederci.
Ecco perchè mi sento in dovere di dire che i ragazzi della Bookmaker hanno fatto centro! Ecco perchè mi sento di rovinarmi le mani a suon di applausi per elogiare l'idea originalissima e oltremodo affascinante di Massimo "DEH" Rosi! Ecco perchè mi commuovo di fronte al tratto dinamico e sentito di Francesco Della Santa! Ecco perchè SKINWALKERESISTE!
Perchè il mondo DEVE sapere che esiste una realtà che NON può e NON deve essere sottovalutata! Perchè la gente DEVE poter tornare a sognare grazie alle idee altrui! Perchè le storie belle, di questi tempi, valgono più dell'oro...e del fottutissimo rame.
Skinwalker è sicuramente uno dei prodotti italiani più originali del momento e ho ragione di credere che possa facilmente varcare i confini di un paese che, purtroppo, deve ancora perfezionare la sua postura nei confronti del fumetto d'autore. Un viaggio in un universo magico e inesplorato che corona una realtà vastissima e oltremodo intrigante (dai freddi simulacri moscoviti alle vaste steppe siberiane).
Se, come recita il titolo del primo volume di una lunga saga, l'avventura per voi si rivelerà essere "l'inizio della fine" ben venga! Finchè queste idee preziose continueranno a macchiare la carta vergine non potrete rimanere delusi. Mai...
Ok... la miniera d'opinioni spendibili per il neonato di casa Stallone si è esaurita in tempi record. Qualsiasi nostalgico armato di tastiera, con venti minuti a sua disposizione da immolare alla "scienza", ha potuto vomitare la sua nell'oceano multimediale delle bugie senza volto. Quindi, date queste considerazioni, è ancora necessario meditare e discorrere del prodotto Hollywoodiano più acclamato (nel bene e nel male) del momento!?
"NO!"
Lo dimostra il fatto che questa recensione non è preceduta dalla tanto attesa (hahahaha!) dicitura "COMBO". Lo dimostrano le iperboliche recensioni che dominano i blog più cliccati del web. E dulcis in fundo, lo affermano con un sonoro "STACK" (noto FX dell'accetta) i box office USA. Quindi che si fa!? Si procede con un'inutilissima recensione di The Expendables oppure ci si para il "popò" chiudendo baracca e burattini in anticipo per tutelare questo spazio, dimenticato da Dio e dai suoi fedeli, dall'inevitabile rovina? La risposta è una e una soltanto...
"si stringono le chiappe, ci si asciuga il sudore e si pesta la tastiera!"
Perchè sono un nostalgico con trenta minuti da buttare nel cesso (badate bene, dieci minuti in più possono e DEVONO fare la differenza!). Perchè amo "testarmi" sulle classiche e inutili domande della vita, tipo: "chi siamo?", "da dove veniamo?", "dove andiamo?"..."che ore sono?". E soprattutto perchè mi sento in forte debito con l'ottanta percento dei "big names" che coronano la locandina di questo film.
Quindi bando alle ciance, alla prolissità e alle futili considerazioni...diamo inizio alle danze, cazzo!
Tanto per esser chiari, The Expendables è il prodotto che tutti sognavamo e aspettavamo. Lo Spin off per antonomasia, la fottutissima lega dei Super-"stìcazzi"-eroi riuniti, la citazione nella citazione, l'illogico trionfo del War-B movie, l'apologia dell'anarchia cinematografica, l'araldo della "coatteria", un bagno di sangue gratuito, bla bla BLA. Si, The Expendables è tutto questo...e nient'altro. Se non fosse per i classici elementi di presentazione come le locandine, i trailers, i titoli di apertura e di coda stenterei quasi a definirlo un film. E le prove a sostegno di questa mia affermazione sono molteplici! Ve ne cito alcune, giusto per non fare la figura dello stronzo:
-La trama della pellicola ha il medesimo spessore del buco di uno spillo. -La sceneggiatura è ridotta ai minimi termini, per la serie; "si spara, ci si rilassa, si scazzotta, ci si rilassa, si spara ancora, ci si incazza, si fa esplodere tutto e dulcis in fundo si gode!". -Il cast è una volgare dimostrazione di potere. Se non siete d'accordo, vi invito a dare un'occhiata ai nomi sulla locandina. -E' incredibile come l'elemento drammatico del singolo riesca a coinvolgere tutta "la ciurma". Per la serie: "Ragazzi, l'uccello avvizzito di Stallone è andato in tilt per la figlia di un dittatorucolo insulso. Andiamo a salvarla e facciamo saltare il villone del babbo! Così il buon vecchio Sly può farsi una bucchiata con i fiocchi, YEAH!". Chiaro il concetto? -Gli unici, veri, attori presenti nella pellicola sono due, il caro Rourke e il mitico Lundgren...stop. -Se Jet Li avesse modo di sentire la voce del suo doppiatore italiano si incazzerebbe parecchio. -Sly è vecchio...qualcuno se la sente di dirglielo?
Ecco dunque spiegato perchè non mi sento di attribuire a The Expendables il titolo di FILM. Semplicemente perchè NON lo è. E se proprio volete attribuirgli un titolo, vi consiglio di guardarlo alla stregua di una piacevole estensione del Planet Hollywood con tanto di live-action in diretta.
Se siete ansiosi di vedere un B-Movie made in '80 fatto come Dio comanda aspettate MACHETE...The Expendables non è altro che la band di supporto al gruppo che saprà spaccarci veramente il culo!
Bando alle ciance... questo film è noioso, lento, a tratti ripetitivo e privo di qualsivoglia barlume di originalità.
E' tutto? No, niente affatto. Credo che l'assuefazione da film horror di livello medio-basso sia ormai entrata nella fase matura; come per alcuni action movie, fantasy, thriller e serie tv mediocri - li guardiamo, ma non ci si ricorda più perchè. E allora che si fa? Ci infervoriamo, ci imbizzariamo, ci ostiniamo a cercare quel "lato geniale nascosto" che potrebbe ribaltare, nella migliore delle ipotesi, le sorti nefaste a cui è inevitabilmente destinato il film. E sapete qual'è l'elemento bizzarro di questa ricerca? E' che in certi casi, scavando alla giusta profondità, qualcosa di buono emerge.
Eh già...perchè al di là dell'apparente inutilità di una pellicola come Pandorum, quel che interessa a noi poveri spettatori è la riesumazione di almeno una dote gloriosa del cinema horror. Sto parlando del fattore tensione, unica e brillante "perla d'entrée" di questo "horror spaziale". In Pandorum, infatti, il buio disarmante dell'universo si fonde con un background ,cupo e claustrofobico, creato ad hoc per riflettere il senso di disagio dei protagonisti sullo spettatore. Un'operazione eseguita con cognizione di causa da un regista poco conosciuto come Christian Alvart.
Ed è forse a causa del suo status di "regista poco conosciuto" che una volta conclusi i primi momenti di tensione il film inizia ad intraprendere un percorso a senso unico verso l'autodistruzione. Perchè (citando Sir Conan Doyle) "se si esclude l' impossibile, tutto il resto, per quanto improbabile, deve essere la verità"...e "l'improbabile", nella fattispecie del caso, è da identificarsi nei "mostri antropofagi" (molto simili a quelli visti in "le colline hanno gli occhi") che infestano la nave. Esseri privi di carisma, già visti e rivisti, che non spaventano nessuno. E, badate bene, per nessuno intendo proprio NESSUNO. I pochi superstiti della nave (fatta eccezione per i primi 15/20 min di film) non sembrano essere miminamente scossi dalla furia antropofaga dei mostri assatanati...anzi! In certi momenti tentano pure di affrontarli in una condizione netta di svantaggio più volte confermata dalla minoranza e dall'assenza di qualsivoglia arma letale a lungo raggio.
Ma queste "condizioni nefaste" non sono frutto della sorte o dell'altissimo...ma dello script. Già letto, già visto, già digerito ed assimilato. Le note conclusive della storia possono essere viste in due modi:
A- Un'omaggio al genio di Chuck Palahniuk.
B- Un'ispirazione, che fa molto "ladrata", condizionata da un'assidua e costante visione di Fight Club (questa potrebbe essere intesa una mezza spoilerata...).
Detto questo lascio a voi le ultime conclusioni. Io ho solo l'onere di evidenziare la bravura (incostante) di Ben Foster e la sterilità di Dennis Quaid (da cui, francamente, mi sarei aspettato di più). VOTO: 6 1/2
NOTA DEL NERD: Quand'è che Hollywood si deciderà a reinserire il fattore tensione nei propri prodotti horrorifici!!? Perchè nessuno si indigna di fronte ad un risparmio gratuito e controproducente di quegli elementi che a suo tempo (parlo dell'epoca d'oro, ovviamente...per maggiori dettagli consultare il sito della HAMMER, please!) erano in grado di farci saltare sul divano per la paura!!? Perchè i genitori moderni sono fieri del fatto che i propri figli, reduci da film poveri di contenuto ed emozioni come Pandorum, passino notti tranquille all'insegna dei tanto odiati "sogni d'oro"!!? PERCHE'!? PERCHE'? Perchè...?
Se questo film fosse stato concepito tra il 1998-00 sarebbe stato un fottuto capolavoro, invece...
...nel 1997 un giovane e talentuoso regista di nome Vincenzo Natali (un "mangiaspaghetti" in terra straniera) diede vita ad un capolavoro fanta/metafisico meglio noto ai posteri come The Cube. Una prodigiosa e mastodontica rivisitazione del cubo rubichiano che, grazie al suo successo, riuscì a conferire al suo creatore fama, fortuna e gloria. Pregi destinati a durare nel tempo, per convertirsi poi, automaticamente, nel miglior biglietto da visita che un regista "novello" potesse desiderare di avere.
Ed ecco che, ai giorni d'oggi, lo ritroviamo li. In pole position, in grassetto, evidenziato...in poche parole distinto da qualsiasi altro carattere che non introduca il Pitc o la data d'uscita nelle sale. Un monito ben visibile, diretto a tutti i potenziali spettatori che nutrono (o potrebbero nutrire) qualche dubbio sui natali di un film sui generis come Splice. Una trappola ben architettata che ha saputo far leva sulla famelicità del sottoscritto.
Quindi Splice è riuscito a fregarmi? Non del tutto. Come ho scritto nell'incipit della recensione, ci si trova di fronte ad un titolo che avrebbe fatto furore negli ultimi anni del 900. Anni in cui il mondo ha assistito, con gioia e speranza, ad eventi come la clonazione dell'ormai famosa pecora Dolly e la riesumazione genetica degli antichi dinosauri per mano di Crichton. In poche parole, anni in cui la scienza sferrò possenti "uppercut" sul mento divino del nostro creatore. E sulla scia di un probaile K.O. tecnico il cinema, la letteratura e il fumetto ci mangiarono parecchio. Si abbuffarono così tanto da declassare quei traguardi lungimiranti scientifici a semplice storia accademica.
Ecco spiegato in parte il grande difetto di Splice. E' roba già vista, già digerita...già assimilata. La sua indiscutibile originalità viaggia su rotte vetuste stra-abusate. Se dovessimo sezionarlo, al suo interno non vi troveremmo che piccole porzioni di Frankenstein mescolate al già citato "Specie Mortale". La classica storia che vede uno scienzato (o più) sul ring, in un match VS il Creatore. La revisione sempreverde del gioco fatale di Adamo ed Eva...solo che al posto dei precursori dell'umanità troviamo due Nerd (che ultimamente vanno tanto di moda!) in camice bianco. E dall'altra parte...?
Un ibrido molto affascinante, interpretato dalla bellissima Delphine Chanéac, che riesce a riequilibrare le sorti del match contro il divino solo negli ultimi quindici minuti di film. E per un incontro lungo centoquattro minuti vuol dire tanto, troppo. Natali si sofferma pesantemente sugli aspetti para-umani dell'ibrido, lasciando decantare troppo il ritmo del film. Vi sono poi alcuni dettagli (a mio avviso fondamentali) del "privato" dei personaggi che vengono a malapena menzionati. Qualche pinza inserita qua e là non è sufficiente a preparare adeguatamente lo spettatore medio al clou della vicenda. Strano, ma non sorprendente (per chi ,ovviamente, conosce il lavoro di Natali).
In definitiva...
-Il premio Oscar Adrien Brody è al minimo delle sue capacità. Rimandato a tempi migliori. -Sarah Polley, già vista nello schifoso e impertinente remake de "l'alba dei morti viventi" (2004), non riesce a caratterizzare bene un personaggio molto complesso e chiaramente fondamentale per la vicenda. Bocciata. -Delphine Chanéac è semplicemente stupenda. La sua intepretazione di qualcosa che NON dovrebbe esistere (e che mai esisterà...forse) è magistrale. Promossa a pieni voti. -Vincenzo Natali...beh...è freddo e assente. Non mi sorprenderei se dovessi scoprire che ha diretto Splice dall'interno di quel cubo che è stato in grado di promuoverlo a vita migliore (leggasi, poteva fare mooolto di più!). -Splice: un otto/nove se avesse avuto natali nel 1998...ma qui, nel 2010, purtroppo non può che meritarsi un sei.
Quand'è che Hollywood o "chi di dovere" capirà che il concetto di "tavoletta del cesso" è ben lungi dall'essere confuso con il genere Heroic Fantasy!? Quanti personaggi di Howard (Conan/Swarzy escluso) dovranno ancora essere smerdati pubblicamente prima che qualcuno si accorga dell'immane violenza ai danni degli ultimi, veri, "eroi brutali" della letteratura fantastica!? La risposta è affidata ai posteri. Nel mentre possiamo solo limitarci a piangere sulle ceneri di un film concepito unicamente per vendere una manciata di biglietti e NON per promuovere un personaggio molto interessante come Solomon Kane.
Ed è un peccato, un VERO peccato. Perchè James Purefoy ci sta pure bene nei panni dell'eroico spadaccino puritano/cacciatore di demoni. Certo, il modo in cui è stato "modernizzato" il personaggio suona più come una riesumazione del più recente concept di Van Helsing ...però, a mio modesto parere, l'interpretazione funziona. Funziona per i primi trenta minuti, fatta eccezione per il Nazgul/Morte introdotto ad inizio film e poi buttato nel cesso. Passata la prima mezz'ora segue la strage. Badate bene, non è un eufemismo! Intendo proprio una strage con i controcazzi. La trama diventa prolissa, lo spettatore fatica a condividere le motivazioni che governano la volontà combattuta dell'eroe, entrano in scena personaggi fondamentali a malapena accennati...in breve, un vero casino. Ma l'apogeo della schifezza viene raggiunto solo negli ultimi dieci minuti di film dove Malachi, aka il cattivone della trama (Jason Flemyng), subisce pubblicamente l'umiliante declassamento a semplice comparsa.
Quindi, a conti fatti, se avete cinque euro da buttare nel cesso è meglio se li convertite in un buon libro del ciclo di Solomon Kane, au contraire...
SCARICATELO, PISCIATECI SOPRA E POI GUARDATELO. Lo sfogo iniziale vi aiuterà a digerire il boccone marcio dato per buono.
Era domenica 4 Luglio 2010 e la cosa più idiota da fare con quel caldo orrendo era indubbiamente chiudersi in salotto per gustarsi una pellicola del mio genere preferito.
Però voglio dire, è il 2000. Neonato secolo in cui una cine-cariatide del passato recente ed un qualsiasi ragazzino che preferisca reggere una telecamera anzichè farsi in vena riescono, con facilità imbarazzante, a tuffarsi in budget milionari di secuelz, froci in calzamaglia, rimeics e franciaisings. Quindi, perchè cazzo mi è saltato in mente di vedere un film del 2007!?!? Eheh. Perchè io le cine-cariatidi le stimo e a buon diritto. Infatti dalla marea nera emerge fierissimo il capoccione di Stuart Gordon con un film di serie B costruito con un'efficacia comunicativa da serie A ma che vuole rimanere inchiodato alla nicchia, alla gloria, alla visione pomeridiana con birra. [diogatto, la compagnia di produzione si chiama Amicus, AMICUS, chiaro?]
Stuart Gordon e la splendida Mena Suvari (che è quella sulla destra, non confondetevi)
Stuck è un horror di autentica denuncia sociale, rappresentazione estrema dell'alienamento morale e della devastazione fisica sprigionate nella discesa lungo scala di Maslow e contemporaneamente nella sua risalita. Ripeto: Denuncia Autentica. Ed è così che Gordon si guadagna l'invito ufficiale alla tavolata del pensiero intellettualoide MA solo per sedersi a capo tavola e mandare tutti i conviviali a quel paese. Perchè Stuck è l'automobile pirata che non rallenta e non si ferma. Una pellicola che non si autocompiace, non scade in moralismi idioti, non si crogiola nell'usuale ed insopportabile "critica alla borghesia".
E' tutto lineare e pragmatico, niente fumo. Neppure Mena Suvari può commettere errori indossando l'inedita maschera di una neo-trentenne mentecatta della working class moderna, tutta casa, lavoro e pasticche; abbandonata al suo fascino naturale riesce ad arraparci anche in quei goffi abitoni da infermiera. Perfino l'attore (co-protagonista?) negro-vigliacco-pusher-gangsta fa molto molto MOLTO di più di qualsiasi altro negro-vigliacco-pusher-gangsta che abbia provato ad interpretare l'antieroe furbetto in codesti film. Per tutto il resto c'è Stephen Rea, incastrato nel parabrezza di una famigliare.
Ecco. Stuck è un horror moderno e non c'è da stupirsene.
Che poi, diciamocelo, stà storia dell'avventura "galattica" avrebbe anche rotto lì c.........
E invece, no.
Se avessimo uno standard unico per il platform, quello sarebbe senz'ombra di dubbio condizionato dalla presenza OBBLIGATA di un nanetto (italo-nippo-ammerighéno) con i baffi e le manone. Perchè Mario, fondamentalmente, è un fottuto manuale di come si crea IL gioco perfetto. Poche balle.
Il potenziale del nanoide rosso e blu (Spiderman!?) c'è stato plurimamente dimostrato in quasi tutti i formati. Micro, mini, medi, maxi, fino a sconfinare nella maestosità dell'universo. Uno scenario che si astiene, volutamente, dal proporre qualcosa di nuovo al veterano d.o.c. Nintendo, quasi come se volesse preservarlo dalle fantasie perversamente geniali che la mente di Miyamoto trattiene in previsione di tempi più duri.
Benché non sia stata apportata nessuna modifica sostanziale al gameplay introdotto nel precedente capitolo si può dire, senza dover incappare in qualsivoglia ripensamento, che il gioco ora funziona. E alla grande.Tra i nuovi "costumi" messi a disposizione di Mario spiccano, per originalità, quello "roccia" e quello "nuvola". Ovviamente, in osservanza ai cliché più recenti della saga di Mario, l'uso degli stessi è strettamente vincolato allo scenario che li propone. C'è poi il grande ritorno in scena di Yoshi, il bipede onnivoro che assiste Mario nelle sue avventure sin dall'ormai storico Super Mario World. Il tutto condito con la classica longevita made by N, quella buona per intenderci (30/40 h).
Dulcis in fundo...Mario Galaxy è stato limato per bene. Tutte le piccole sbavature di contorno al primo capitolo sono state sistemate a dovere. Affiancare un "2" mastodontico ad un titolo già visto e sentito non rende giustizia ad un gioco che non pretende di riscrivere i dogmi del platform ideale (anche perchè gli appartengono di diritto).
Per il mio punto di vista, un nove e mezzo (con bacio sulla fronte) non glielo toglie nessuno!
Virtualmente tutte le salse di Super Mario contengono delle perle uniche e indimenticabili che agiscono a mò di "conservante" per proteggere questo must dal deterioramento. Da notarsi che la medesima "ricetta", brevettata dalla "grande N" (Nintendo, n.d.N.*), vale per tutti i super classici degni di cotanta nomea. Ma che succede quando il Super Nerd di turno mischia tutto l'ambaradan in un unico pentolone!? Mò ve lo spiego, anzi! Ve lo mostro....
....evento che più o meno equivale ad una mastodontica intossicazione da funghi allucinogeni. Partorito dalla mente geniale (meglio dire super invasata!) del nerd explodingRabbit, SUPER MARIO BROS. CROSSOVER è ,senz'ombra di dubbio , la miglior rivisitazione dei classici 8-bit della scuderia Nintendo espressa attraverso la filosofia pokeristica dell'all-in. Ci sono tutti, nella fattispecie del caso i migliori. Samus Aran (Metroid), Link (The Legend of Zelda), Mario (ovviamente!), Mega Man (omonimo), Simon Belmont (Castlevania) e Bill (Contra). Tutti tassativamente vincolati alle regole dello scenario che li ospita, quella del "se te magni il fungo cresci, altrimenti sò cazzi!".
Badate bene, NON E' UN AZZARDO, anzi! Le regole dell'universo di Mario vestono perfettamente gli eroi alternativi proiettandoli, tra l'altro, in evoluzioni sceniche post fungo degne di un coro di plausi. Insomma, il "trip" che avete sempre desiderato ma non avete mai osato chiedere. Qui, ora, subito! Per voi, inguaribili nerd e ritardatari inconsolabili.
Già solo il fatto di non aver trovato in rete una locandina italiana decente del remake Romeriano The Crazies(1973) dovrebbe dirla lunga sul triste impatto che ha avuto questa "rivisitazione scarna e spaventosamente finta" (vi ho già detto tutto!) sugli horrorofili europei. Eppure proviamo, per una volta, ad esaminare la cosa sotto un profilo prettamente filosofico per poi sfociare, senza remore, nella rabbia più brutale.
Da un po' di tempo a questa parte sia ha come l'impressione che il vade mecum del "remake hollywoodiano" imponga l'implementazione graduale delle cosiddette "licenze poetiche" all'interno delle proprie rivisitazioni. Gesto scaltro, se si scorge il remake alla stregua di una "riproposizione" in chiave moderna di temi vetusti e "fuori moda" che difficilmente saprebbero inserirsi in un contesto moderno. Ovviamente sussite anche il "lato nobile" dell'impresa, vale a dire la riproposizione di antiche glorie ai giovani neofiti del genere rivisitato. Per farla breve, "carità a 360°". Però ,quel che non passa in "foreground" il più delle volte è come il remake hollywoodiano sia diventato, a tutti gli effetti, un'industria nell'industria. Ciò comporta reciclaggi di idee più o meno valide a go go, ripubblicazione degli "old movies" sciacallati e, ovviamente, soldi facili. Anche in questo caso il fine, se scorto con un briciolo di buonismo, può risultare nobile (del resto bisogna pur portare la pagnotta a casa, n'est pas?)...ma che succede quando la voglia di riproporre sconfina nel cannibalismo sfrenato? Ve lo dico io; UNA FOTTUTA STRAGE. Per la serie: mettiamoci le mani nei capelli, urliamo come se non ci fosse un domani e mettiamo a ferro e fuoco la sala del cinema. Perchè STUPRI del genere dovrebbero essere condannati da una somma autorità volta a salvaguardare il patrimonio storico (non scrivo artistico per svariate ragioni) della filmografia mondiale.
Cioè, certe cose sei disposto a metterle in conto quando rivedi, con occhio maturo e audace, quegli old movies che in età puerile puntualmente stimolavano incubi e notti insonni d.o.c...ma nel 2010, c***o, non puoi permetterti di parlare di "virus potenziati" senza tener conto delle regole basiche, scientificamente affermate e consolidate, che vincolano la trasmissione degli agenti virali. (SPOILER) Nel 2010 non puoi neanche permetterti di sguinzagliare un'atomica a pochi km di distanza dai due protagonisti per poi inquadrarli, mano nella mano, mentre osservano, beati, lo scenario post-apocalittico derivato da un'opera blanda di sterilizzazione. E, soprattutto, non PUOI sfociare nello "scarpismo"(tenere il piede in due scarpe!) più esasperato proponendo, in tutte le salse, zombi - "che però non sono zombi ma che li ricordano solo per dare il contentino agli zombofili". Sinceramente sono stufo di scorgere questa next gen di morti che camminano alla "28 giorni dopo" e "L'ultimo uomo sulla terra (il remake schifoso di Smith, ovviamente)". Ibridi che non fanno più paura, anzi...divertono! Per assurdo.
In conclusione, se il film originale del '70 (che, tengo a precisare, non era perfetto!) voleva strizzare l'occhio al pericolo invisibile derivante da potenziali armi biologiche coltivate nelle insospettabili fabbriche militari di provincia, au contraire l'attuale remake punta solo a portare la pellaccia a casa con qualche dindo in più nelle tasche. L'ennesimo horror preconfezionato che fa piangere, dalla disperazione, i nostalgici e rovina il senso estetico delle nuove generazioni che, quasi certamente, non metteranno mai in preventivo di passare qualche notte insonne da post visione.
Per la serie: la plancia, nella stragrande maggioranza dei casi, è sempre una "figata pazzesca"...
...stessa cosa per "le armi del delitto"...
...e i sospettati.
Però, diciamocelo! Queste opere d'arte di "cartone" non riescono quasi mai a spezzare il muro della "seconda dimensione". Per quanto possano essere divertenti, coinvolgenti, e nel contempo lenitive della tristemente nota "staticità sensoriale", che solitamente riscontriamo in seno alle classiche "serate da lupi", purtroppo restano irrimediabilmente vincolate ad un sistema macchinoso che opera per mezzo di una plancia, una manciata di pedine e un mazzo di carte.
Ora vi chiederete perchè, di fronte ad un evergreen come CLUEDO, mi sia venuto da dilungarmi sugli aspetti "tristi" e ripetitivi dei comuni giochi in scatola? Vi rispondo che è una semplice questione di percezione e, soprattutto, di riflessi; perchè ieri sera il connubio di un gruppo di ragazzi più che volenterosi (Cena con Delitto), la magistrale abilità interpretativa e d'improvvisazione di attori con i controcazzi e uno scenario a dir poco perfetto ci hanno fatto vivere la medesima esperienza del già menzionato evergreen, dal VIVO. Per la prima volta plancia, pedine e carte hanno squarciato i limiti della bidimensionalità proponendosi agli amanti del giallo, e non solo, come un'esperienza teatrale concepita per essere vissuta (e risolta) dagli spettatori che, grazie ad un'atmosfera e uno scenario a dir poco perfetti, hanno finalmente la possibilità di vivere un'esperienza LIVE unica.
E allora che succede? Il cibo passa in secondo piano. I fogli per gli appunti non bastano. Ogni dettaglio diventa rilevante e la velocità è tutto. E quando la trama inizia ad infittirsi subentrano gli interrogatori...ed è proprio qui che tutti i nodi vengono al pettine.
In definitiva un'esperienza mutaforme (che si rinnova sempre in funzione del tema scelto) che implica la possibilità di vestirsi "a tema" per calarsi meglio nella parte. Del resto, come detto precedentemente, nessun dettaglio è lasciato al caso.
Noi cultisti ci riserviamo l'onere di applaudire tutto lo staff per quella che certamente si è rivelata una serata "sui generis", perfetta nella sua eccentricità. Speriamo che il prossimo evento non tardi troppo a giungere.
In questi giorni ne ho sentite di tutti i colori. Che Scorsese è "un regista mediocre" (ai sensi della legge n. 196/03 non comunicherò il nome dell'eretico in questione), che DiCaprio è un "bimbominchia figo" (36 anni, alla faccia del c***o!), che Shutter Island "non è un film horror"...ed è vero! Non lo è.
La trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Dennis Lehane è, in realtà, quanto di più lontano vi sia dallo stereotipo di "horror classico"...per intenderci, quello godibile a suon di "birra e pizza" nelle serate buie e tempestose. E' un thriller psicologico accademico. Del tipo che leggi solo sui libri, preciso, completo e raffinato.
Scorsese ci propone, con somma maestria, una stimolazione intracranica lunga 138 minuti. Un bisturi che seziona le parti più ombrose della mente umana. Un intervento complesso, portato a termine a pieni voti in tempi record. Dalla sua ha un DiCaprio sempre più maturo e consapevole del proprio ruolo. Lontano dalla "prima donna" proposta da Cameron in Titanic e meno banale del Vallon di "Gans of New York". Un Ben Kingley fin troppo abile nelle sue vesti oltremodo misteriose e un Max Von Sydow che potrebbe permettersi tranquillamente il lusso di non recitare (come di fatto accade) tant'è lunga l'ombra della sua esperienza.
Oltre alla bravura inconfutabile di un maestro pluriaffermato e un cast di tutto rispetto c'è il supporto, essenziale, di uno scenario e una fotografia speculari della follia che troneggia sull'isola della paura. La pioggia incessante detta il ritmo degli incubi che tormentano il passato ombroso del protagonista Teddy Daniels. L'inospitalità lugubre di un manicomio giudiziario rievoca costanti analogie con scenari bellici, propri dell'epoca, fin troppo evidenti. Gli scogli, invece, segnano fin da subito i limiti di un'isola che non può e non vuole essere abbandonata.
Dulcis in fundo troviamo una colonna sonora spiazzante. Folli digressioni nell'elettronico sperimentale intercedono al ritmo "classico" e appropriato proposto dagli archi e dal pianoforte. Come sempre, nulla è lasciato al caso.
A conti fatti Shutter Island mette volutamente lo spettatore in una condizione di rigetto della realtà, per quanto brutale e violenta possa essere. Un'apologia del concetto "la follia genera distruzione, ma anche autodistruzione". Una scala a chiocciola che conduce all'accettazione della follia come costante quotidiana, tragicamente pura e tristemente incurabile.
Mi è sempre piaciuto Chris Columbus. Ha un modo tutto suo di descrivere avventure "bizzarre" ricamate su giovani protagonisti più o meno dotati. Un modo che, per molto tempo, ha primeggiato, per stile, in capolavori del calibro di "Tutto quella Notte", "Mamma ho perso l'aereo", "Mamma ho riperso l'aereo", "Mrs Doubtfire" e i primi due capitoli della saga Harry Potter. Opere d'arte che qualunque figlio degli anni novanta può associare comodamente alla propria infanzia senza dover nascondere qualche lacrimuccia di commozione/devozione. Ora, se da un lato Columbus è indiscutibilmente uno dei re del cinema dell'infanzia dall'altro è la vittima prediletta della sua passione. Una passione che è sfociata nell'oceano della mitologia moderna rivista dallo scrittore statunitense Rick Riordan e che, a quanto pare, ha fatto faville in tutte le librerie del globo. Percy Jackson e gli dei dell'olimpo è la saga di un giovane semi dio moderno (figlio di Poseidone) alle prese con piccoli/grandi disguidi avventurosi maturati nel microcosmo delle antiche divinità greche. Un'idea piuttosto originale che ha immediatamente stuzzicato l'insaziabile voracità della Fox per il genere fantasy-famigliare. E allora che si fa? Si recluta il campione d'incassi del genere, lo si arma di una giovane star più o meno temprata (ma sicuramente clone del moccioso Zack Efron) e si imposta il "circo" sulla scia del successo di Harry Potter (partendo dalla grafica del manifesto!). Il tutto, quindi, diventa un'unica pretesa di ricalco della vecchia gloria magica. Maghetti e serpenti si convertono in semi dei teenager e divinità greche con tanto di felpa con cappuccio. Hogwarts diventa un campus estivo, dove la competitività violenta regna sovrana e il sunto del passatempo migliore è perfettamente traducibile in "chi si accoppa per primo!?". Grandi star del cinema si adeguano al ruolo di comparse, come la divina Uma che si sacrifica al misero ruolo di "testa mozzata letale". Insomma, un prodotto nettamente al di sotto delle aspettative coronato da una sceneggiatura scialba e sicuramente vittima dei suoi stessi tagli. Non avendo letto il libro non posso dire con precisione quante e quali parti siano state sacrificate per favorire una resa cinematografica che non sconfinasse dai 120 minuti. Quel che posso dire è che fin dai primi 20 minuti di film si nota una velocità narrativa innaturale e sicuramente confusionaria. Da spettatore pretenzioso e ben abituato mi aspettavo nettamente di più. Perciò, caro Chris, lasciatelo dire...questa volta hai davvero toppato.
" Nel bel mezzo di una nevicata prepotente mi ritrovai sull'Xbox la Divina Commedia...e la diretta via era smarrita!"
Se n'è parlato tanto, giustamente troppo per un gioco che vanta un richiamo esplicito ad una delle opere poetiche più imponenti della storia della letteratura. E' dunque d'obbligo fare un po' d'ordine sulla bacheca dei rimandi per prevenirvi da un grosso fraintendimento: Dante's Inferno di "divino" ha ben poco. Caratteristica che potrebbe lasciare il tempo che trova se proposta agli "smanettoni folli" amanti dell'action game ingorante. Ma qui siamo in Italia, patria della cultura classica e della letteratura di qualità (quella che non si trova al supermercato, per intenderci!) e a NOI, araldi di cotanto vanto, questo gioco NON DEVE PIACERE. Non è una critica bacchettona indirizzata a chi non riesce a decontestualizzare un'opera del calibro della Divina Commedia da uno scenario prettamente scolastico, no. E' una critica sadica al team Visceral Games (un nome, un programma) che, con il suo gioco, ha letteralmente avuto il coraggio di pisciare sulla memoria del sommo Dante Alighieri.
Perchè Dante's Inferno, oltre ad essere un action game piuttosto mediocre sia nella forma che nella struttura ( per riassumerlo in due parole; tedioso e frustrante), è la rivisitazione scialba ed impertinente di un percorso mistico che intraprese Dante per tutt'altre ragioni che esulano dagli argomenti banali scelti da Visceral. Prima di tutto immaginare Dante in un contesto bellico, quello delle crociate, richiede uno sforzo non indifferente. Se poi lo dotate della "falce della Morte" e di un velo rosso a forma di croce , raffigurante i peccati che Dante deve espiare, cucito nella carne vuol dire che vi siete guadagnati un biglietto di sola andata per il manicomio. Ma non è tutto! Beatrice, ovviamente, viene presentata come la "baldracca del demonio" e l'unico rimando pseudo intellettuale sono le sporadiche citazioni di Virgilio che ricalcano, alla lettera, il poema. Proseguendo nel gioco troviamo altre "perle di qualità", come la rivisitazione del buon vecchio Caronte "dimonio dagli occhi di bragia" visto come un testone gigante sulla prua del traghetto infernale (a cui fanno recitare i versi della porta degli inferi.....?) e di Cleopatra, boss del "V canto dell'inferno" nonché "mignottone gigante" che sguinzaglia dai capezzoli, a forma di bocca, pueri non battezzati.
In sostanza..."l'insalatone avariato" serve solo a stravolgere un'idea non originale che, per tragica ironia, avrebbe potuto funzionare in altre vesti. Non dico di lasciar stare il tema stra-abusato dell'inferno e l'idea su cui si articola la vicenda del gioco...chiedo solo che il patrimonio della cultura mondiale venga rispettato.
Per questo e per altri motivi non mi sento di dare a Dante's Inferno un voto che superi il 6. Se non potete fare a meno di violentare il vostro controller prendetelo pure...in qualsiasi altro caso, andate in libreria e con meno della metà dei soldi spesi compratevi un po' di sana cultura.